Saper fare squadra

Intervista ad Arrigo Sacchi

Ci accoglie sorridente nel giardino della sua splendida villa a Fusignano, il piccolo centro del ravennate che il Mister non ha mai voluto abbandonare: qui è nato, qui ha lavorato da ragazzo nei due piccoli calzaturifici di suo padre, qui ha iniziato a giocare a calcio, qui ha iniziato – già adulto – la sua carriera di allenatore, proprio nella squadra della sua città. Insomma qui sono le sue radici, ben radicate ormai come quelle degli alberi maestosi del suo parco dove oggi gioca una delle sue nipotine, mentre ci fa accomodare nel grande salotto di casa, con il camino su un lato e la vetrata sull’altro, verso il giardino, inquadrando un albero monumentale.

Sulle pareti, quadri di autori fiamminghi di cui non sembra particolarmente contento, misteri degli arredatori ad ogni latitudine! Ma del suo studiolo è fiero eccome, nella vetrinetta, insieme a coppe e trofei troneggia il pallone con la dedica di Pelé : me lo mostra con la stessa emozione di un adolescente che avesse strappato un autografo ad Arrigo Sacchi di ritorno dai mondiali.

Ci fa accomodare ciascuno su un divano, uno di fronte all’altro ai lati del camino, un lungo tavolino trasparente al centro, mentre il Mister si accomoda su una monumentale poltrona di plexiglas, al vertice di questa perfetta simmetria (ah, la mano della moglie!), un imperatore seduto sul suo trono, mentre si appresta ad ascoltarci con indosso la sua alta uniforme, una tuta da allenatore, elegantissima, a costine. Fabrizio Angelini, l’intervistatore, seduto di fronte a me, è emozionato come un ragazzino e glielo confessa!

Arrigo sorride sornione, coglie la palla al balzo, non gli lascia neppure il tempo di formulare la prima domanda e parte, un fiume in piena. Lo avevo avvisato che non sarebbe stato facile “dirigere” la conversazione con uno abituato a far correre i suoi giocatori fino allo stremo, tanto da farsi redarguire :…ma li vuoi uccidere!”. Del resto non potrebbe essere – con mia malcelata invidia – così asciutto e senza un filo di pancetta se non avesse corso molto, a sua volta. “Con poco sforzo, non si può pretendere molto” sentenziò a un giocatore pigro che implorava un po’ di pietà.

Mi colpisce come, nei ricordi di chiunque di noi, siano gli “esordi” a farla da padrone. Quei piccoli fatti ormai lontani nel tempo in cui è però misteriosamente già racchiuso tutto il futuro sviluppo della nostra come della sua storia personale, fino all’amicizia, decisiva, con Silvio Berlusconi che nasce proprio nel momento critico più della sua carriera, una sconfitta dietro l’altra. Mi pare questo il “cuore” del nostro incontro con Arrigo Sacchi.

Ecco la scenetta: “Silvio fa accomodare tutta la squadra in una saletta. Dopo un po’ entra e dice, calmo: «Chi vuol stare con Arrigo, resti, chi non vuole vada». Poi uscì”. Il resto è leggenda: una vittoria dopo l’altra. Io che non so nulla di calcio (“Anche Berlusconi capiva poco di calcio”, mi rassicura Sacchi) capisco bene però l’antifona dell’amicizia che viene prima di qualsiasi altra considerazione, un privilegio misterioso da cui possono scaturire miracoli.

Arrigo uguale: agli esordi “vede” le qualità di un ragazzo di nome Daniele Zoratto e dice a Cappelli, patron del Cesena, con qualche affanno finanziario: “Venda pure chi vuole, ma non lui”. Ma è paradossalmente lo stesso Sacchi che dice: “Il calcio è un gioco di squadra, i giocatori sono undici, gli allenatori di oggi lo hanno dimenticato. E anche i politici. Qualità del singolo e gioco di squadra devono marciare abbinati, l’Italia è un Paese di talenti che non sa fare squadra”. Ecco, mi pare di capire che qui il calcio è ben più di una metafora.

Leggete dunque con attenzione il racconto di Fabrizio Angelini, più che la sua intervista. La narrazione di questo moderno eroe dei due mondi, romagnolo doc, sposato a Covignano nell’Abbazia di Scolca e frequentatore della Trattoria “Da Gino, il Matto”, letteralmente a due passi da casa mia. Il mondo è davvero piccolo.

Mario Guaraldi

Il pallone con la dedica di Pelé

Leggendo il cartello che segnala l’entrata nel “paese” di Fusignano inevitabilmente i ricordi sovvengono. Tornando ai primi anni ’90 quando appena ragazzini con la squadra giovanile del Rimini Calcio (che tanto fu caro al Mister Sacchi) andavamo ad affrontare la corazzata del Cesena che al tempo aveva la prima squadra in Serie A.

Ci avevano raccontato che era stato scelto il campo di questa cittadina della campagna ravennate perché qui abitava Arrigo Sacchi, e che se lontano dai suoi impegni voleva uscire di casa e visionare qualche potenziale talento in erba, il Cesena e quindi in questo caso anche noi che eravamo gli avversari dovevamo giocare lì.

C’era quindi sempre il timore di vedere apparire da un momento all’altro la sua figura su quella tribunetta di legno, con la paura di non essere all’altezza del suo giudizio e di sfigurare. Ricordi appunto, che fanno sorridere di gusto al pensiero di dialogare con l’allenatore che ha cambiato la storia del calcio, che tanto è legato alla città di Rimini.

Dopo un’accoglienza da vero romagnolo – l’ospitalità in Romagna è sacra – dice il Mister, inizia la nostra chiacchierata che dalle prime parole mi da subito la sensazione di esser quella luce del faro che indica la via (l’unica) per il porto in una notte buia e tempestosa.


Mr. si aspettava che l’Italia non si qualificasse per la seconda volta consecutiva per i mondiali? Fossi stato io bambino oggi sarebbe stata una tragedia già alla prima qualificazione mancata 4 anni fa ― gli confesso.

Speravo di no, che si qualificasse, ma il calcio italiano sta tradendo le origini del calcio stesso, i padri fondatori lo avevano pensato come sport di squadra offensivo e noi lo abbiamo tramutato in individuale e difensivo. Stiamo quindi pagando questa nostra ignoranza. Senza la conoscenza non ci può essere né innovazione né coraggio, non avendo coraggio abbiamo fortificato il più possibile la difesa , così facendo entriamo in campo con due o tre giocatori in meno rispetto agli avversari, questo ci ha tarpato le ali…

Chi sta sbagliando quindi? Le società? Il Governo Calcistico? 

La società leader che è storicamente la Juventus disconosce il rinnovamento e fa per lo più quello che si faceva negli anni 60, puntando sulla forza economica e politica.

Quando il leader vive nel passato immaginate gli altri…oggi diversamente dal passato, le squadre e le società più piccole sono quelle che hanno più coraggio, cosa anomala in Italia, e quindi alcune giocano un tipo di calcio che rispetta i valori. Il calcio lo si può interpretare in tanti modi, quello più corretto è pensare che sia una filosofia dove bellezza, emozioni, spettacolo, divertimento, musicalità, cultura e innovazione siano tutti elementi imprescindibili.

In Italia più che in altri Paesi comandano la paura e i soldi e idem in questo sport, dove non ci sono idee… Einstein disse: “La follia sta nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”. Il direttore de El Pais al tempo ci descrisse come un paese antico che ama l’antichità. In questa mediocrità non abbiamo spazi per crescere.

Un giovane allenatore (Michele Pieri) delle giovanili delle Rimini Calcio con cui ho parlato, afferma che non si parte più dal basso con la costruzione dei giovani calciatori, la scuola spesso è un ostacolo, la lista è lunga insomma…

Siamo degli antichi che cercano di sopravvivere, quando gli altri marciano ai 100 km/h noi arranchiamo ai 10 km/h cercando di vincere come viviamo. Siamo in ritardo da tempo in tutto in una nazione dove la cosa più difficile è fare squadra, non si guarda più alla persona nella sua motivazione, entusiasmo, generosità, passione, modestia ed etica del lavoro e del collettivo, in un Paese dove ancora il merito non è un valore fondamentale.

La leadership ha tradito il suo ruolo e i risultati nelle competizioni europee negli ultimi dodici anni sono a zero. Siamo un paese che ha illuminato il mondo, dopo i romani siamo stati invasi da tutti e siamo diventati dei professionisti della fuga.

Per vincere sono disposti a spendere anziché apprendere, in seria A c’è rimasta solo una squadra, l’Atalanta con 50 milioni di attivo mentre le altre ad esempio la Juventus è 500-600 milioni sotto per dare un’idea, e i giocatori sono comunque pagati perché ben protetti dai procuratori.

Mi pare quindi evidente che manca una politica sportiva nel calcio stesso e nessuno è esente da colpe…

Lasciamo il calcio esclusivamente ai giocatori quando chiunque può avere delle idee valide, un dottore, operaio… Si sono negati i valori base quindi non c’è possibilità di riuscita, il calcio nel bene e nel male riporta di riflesso tutto quello che si produce nel nostro paese.

Ero responsabile delle nazionali giovanili nel 2010-14 e invitavo i dirigenti di altri Paesi ― come Belgio, Svizzera,  etc ― e, a loro confronto, come livello organizzativo noi siamo degli artigiani mentre loro sono degli industriali, abbiamo un solo centro federale datato 1955 per tutto il territorio italiano mentre la Svizzera che è più piccola della Lombardia ne ha ben tre, uno ogni 80 km per non far stancare nei viaggi i bambini. Noi viviamo alla giornata, siamo presuntuosi e i sentimenti nobili non prevedono esserlo.

Club e dirigenza sono molto preoccupati del loro potere in ogni ambito e cercano soprattutto se stessi anziché rischiare facendo le cose giuste da fare, assumendosi le proprie responsabilità, siamo arretrati. Il club nella sua storia, competenza e passione per il calcio viene prima della squadra e la squadra viene prima di ogni singolo, in un Paese dove per ignoranza ha invertito la scaletta mettendo il singolo davanti a tutti a risolvere la situazione. Abbiamo il senso della nazione ma non dello Stato.

È stato positivo aver vinto gli europei alla luce del fatto che non ci siamo qualificati per la seconda volta consecutiva per i mondiali?

È stata un’impresa impossibile! L’impegno di tutti l’ha portata possibile in un campionato dove i club per essere più forti hanno comprato tantissimi giocatori stranieri in dodici anni, uscendo però sempre dalle competizioni europee. Vincendo con merito giocando meglio dell’avversario. Perché allora la nostra nazionale ha tradito non qualificandosi ai Mondiali 2022 in Qatar? E’ stata la precarietà del successo. Quando non hai ancora acquisito una mentalità vincente, in quel momento… pensi che vincere sia la cosa più facile!

Vincere è la cosa più difficile e quando invece presumi sia la cosa più semplice tradisci tutto quello che hai fatto prima. I giocatori non sono stati più disposti a dare la vita per il conseguimento dell’obiettivo. Senza motivazione e spirito di squadra puoi avere i migliori calciatori del mondo ma non vincerai mai. Cerchiamo quindi di vincere come viviamo, mettendo da parte il coraggio usando solo la furbizia, aspettando l’errore dell’avversario, tatticamente siamo fortissimi ma strategicamente siamo un disastro.

Possiamo invertire la tendenza? C’è speranza?

Si può! Mettendo al primo posto l’istruzione, la ricerca e la sanità, purtroppo però le persone brave non insegnano o meglio sono la minoranza. Una via da percorrere c’è: quella degli USA, dove per intraprendere gli studi universitari devi praticare sport. Lo sport è un allenamento alla vita, ti pone degli obiettivi che solo con la fatica e l’impegno puoi raggiungere. Lo sport è un antidepressivo naturale e questo nelle scuole non si insegna.